di Franco Giulietti

Ricordo Africano

Un cacciatore professionista ricorda il primo safari africano di un caro amico

Mi torna alla mente una serie di rocordi quando penso al mio amico brasiliano, Arthur. Sento la sua presenza mentre cammino nel weldt seguendo un trofeo. E’ una cosa che succeed quando un’amicizia si è stabilita ed è stata coltivata. L’avevo conosciuto nel corso di un safari che avevo organizzato.

 


Arthur voleva cacciare l’impala e il nyala. Questi ci aveva portato nella zona paesaggistica di Graaff Reinett, nell’Eastern Cape. Lungo la strada mi ero fermato da un amico, la cui famiglia ha una fattoria dai primi del Novecento, che mi aveva prestato due trackers. Ndlamini e Sipho, per il safari e mi aveva dato del biltong di kudu per il piacere di Arthur che lo apprezzava molto. La nostra traferta terminò nel tardo pomeriggio, quando giungemmo a due capanne abbandonate nascoste ai piedi del maestroso monte Sneeuberg.

Scaricammo e sistemammo il bagaglio, controllando tutto ciò che ci sarebbe servitor l’indomani. Feci tirare ad Arthur alcuni colpi per controllare che il cannocchiale del suo fucile fosse tarato alla distanza di 200 metri, corretta per il tipo di caccia. Poi ci potemmo rilassare. I due trackers accesero ben presto un enorme fuoco, con gialle lingue di miamma che si innalzavano nel cielo. Le loro voci ci giungevano portate da una leggera brezza. L’Africa dispiegava il suo fascino e ne eravamo entrambi ipnotizzati. Chiacchierammo a lungo, cercando di prolungare quei momenti quanto più possibile. Ma infine dovemmo andare a dormire. Ci occorreva un sono sufficiente per affrontare la caccia del giorno dopo. L’indomani fummo svegliati dall’aroma del caffè, preparato sul fuoco da campo. Dopo essercene serviti largamente, accompagnandolo con il pane e il burro che ci eravamo portati, indossammo le tenute mimetiche, raccogliemmo fucili e munizioni e incominciammo la nostra giornata di caccia.

Il sole stava apparendo all’orizzonte, in una magnificenza di colori, l’Africa stava ancora una volta affascinando i cacciatori. Ci addentrammo nel bush con i due trackers alle nostre calcagna. Ndlamini era un personaggio amichevole con un eterno sorriso sdentato e Sypho era un giovane entusiasta del veldt.

Camminammo per circa 25 minuti prima di intravedere un gruppetto di impala a circa 200 metri da noi. Feci segno ad Arthur di muoversi il più silenziosamente possibile. La direzione del vento era in nostro favore, l’impala non avrebbe sentito il nostro odore. Ci muovemmo cautamente, in silenzio, per avvicinarci. Tra gli alberi di acacia karoo che formano l’habitat caratteristico degli impala uno, enorme, ci coprì a sufficienza per farci arrivare a quasi 100 metri. Feci segno ad Arthur di fermarsi e tirare qualche profondo respiro. Avevamo abbastanza tempo, visto che gli impala non si erano accorti di nulla. Continuavano tranquilli a mangiare i teneri virgulti di acacia. Trovai un solido ramo utile ad Arthur come appoggio per il tiro. Osservando con il binocolo individuai l’animale a cui sparare. Era un superbo maschio con corna più che accettabili: forse degne di entrare ne Rowland. Per Arthur era la prima volta: vedevo l’emozione e forse anche un po’ di ansia dipingersi sul suo volto. Mi sembrò che il dito sul grilletto avesse un leggero tremore.

“Bene, Arthur, quando sei pronto mira con cura e spara.” Lo sparo risuonò nell’aria e vidi che era stato un colp perfetto. Il branco si disperse fulmineamente in tutte le direzioni, gli animali saltavano da tutte le parti. Quello mirato da Arthur si era subito accasciato al suolo. Lui era fuori di sè dalla gioia: aveva sperimatato per la prima volta l’emozione dell’abbattimento pulito al primo colpo. Ci avvicinammo subito all’animale per esaminare il colpo e, sì era proprio un colpo al cuore. Non ci poteva essere miglior modo per ingraziarsi le divinità della caccia; il mio nuovo amico aveva effettuato un tiro perfetto all sua prima caccia. Mi complimentai con lui per il risultato. In Africa una consuetudine impone di fissare per sempre questi momenti, per cui diedi immediatemente la macchina fotografica a Ndlamini, spiegandogli che doveva fotografare Arthur e me. Devo ammettere che non riponevo molta fiducia nelle capacità di Ndlamini come fotografo: vedevo già un’immagine mossa e sfocata con nere dita davanti all’obiettivo. Questa volta mi sbagliavo di grosso. Orgoglioso di essere stato promosso fotografo, Ndlamini scattò delle ottime foto; dopo di che io fotografai i due trackers con Arthur e l’impala.

Ndlamini e Sypho portarono l’impala alle baracche, dove fu scuoiato e preparato per il tassidermista sotto l’occhio attento di Arthur. Misurammo le corna e il re dei sorrisi si aprì sul suo volto: il trofeo sarebbe entrato nel Rowland Ward. La giornata successiva si presentava più impegnativa, dato che i nyala sono meno facili da individuare nel bosco fitto dove amano abitare. Partimmo presto e alle dieci non avevamo ancora avvistato alcun animale. Ne avevamo visto solo le tracce, luoghi dai quali si erano spostati. Impronte vecchie, sporche, ed escrementi a forma semilunata, lunghi circa un centimetro e mezzo, con un rilievo a un’estremità e una sorta di piccola cavità all’altra. Spiegai dettagliatamente tutto al curioso Arthur.

Dopo un altro po’ di tempo finalmente gli feci segno di fermarsi. Piegai sulla sinistra e lì, immobile, perfettamente mimetizzato nella vegetazione e invisibile a un occhio non addestrato, c’era il nyala. Gli sussurrai, forse più a gesti che a parole, che non era quello giusto, perchè non riuscivo a distinguere le corna e il mantello era color castano, non grigio e marrone scuro come è tipico del maschio adulto. Un po’ delusi proseguimmo la ricerca del buon trofeo desiderato. Ci fermammo all’ora di pranzo, sotto un grande albero, godendoci l’ombra e gustando il cibo. Non ha senso cercare il nyala in quel periodo del giorno, perchè l’animale è attivo al mattino, la sera e nella prima notte. I nyala si fermano nelle ore più calde e dopo la mezzanotte. Dissi in ogni modo a Ndlamini e Sypho di dare un’occhiata intorno mentre noi ci godevamo la sosta. Al momento Arthur stava sperimentando quanto possa essere cocente il calore del sole africano: solo i rami dell’acacia karoo fornivano un po’ d’ombra per sfuggirgli.

La sosto finì di colpo quando Ndlamini ci chiamò, puntando il dito verso Ovest. Il nyala era a circa 500 yarde, sulla sponda secca del fiume. Controllai la direzione del vento: avremmo dovuto aggirare il vento fino alla riva del fiume e quindi sfruttare ogni possibile copertura per avvicinarci. Giunti a circa 200 metri dall’animale lo esaminai attentamente con il binocolo e vidi che era uno splendido maschio adulto con un paio di corna perfette: il trofeo ideale per Arthur. Mi guardai intorno alla ricerca di un appoggio per il fucile e vidi un vecchio formicaio alto una settantina di centimetri ideale per la bisona. Guardando nel binocolo, mentre aspettavo il tiro, potei ammirare la bellezza dell’animale. “Quando sei pronto, Arthur, prediti il tuo trofeo.” Ancora una volta il fucile tuonò, seguito da un assoluto silenzio. Gli uccelli si erano ammutoliti, erano diventati i silenziosi testimoni dell’accaduto. Attraverso il binocolo vidi una nuvoletta di polvere subito dietro la spalla dell’animale e fui certo che si fosse trattato di un buon colpo. Il nyala sparì nel bosco fitto.

Shock e delusione apparvero sul volto di Arthur, a cui dissi di seguirmi fino al punto in cui si era trovato il nyala. Cercai in un raggio di qualche metro per vedere se vi fossero tracce di sangue o del contenuto dello stomaco, perchè questo avrebbe indicato dove l’animale era stato colpito. Trovai spruzzi di sangue rosato ed ebbi il sospetto che il colpo avesse raggiunto i polmoni. Quando Arthur vide il sangue apparve ancora più deluso. L’idea di essere responsabile di un animale ferito che si aggirava in agonia gli dispiaceva veramente. Gli spiegai che un animale raggiunto ai polmoni se ne andava sempre, ma solo per morire pochi metri più in là. L’animale aveva sentito il colpo e questo lo aveva spinto a mettere in atto il suo istinto di correre. Per via del colpo ai polmoni questi non avrebbero potuto ossigenare efficacemente il sangue. Quindi il flusso di ossigeno al cervello sarebbe diminuito e il nyala sarebbe svenuto e poi morto, senza provare alcun dolore. Dopo queste considerazioni Arthur si sentì sollevato.

Gli dissi che avremmo dovuto attendere qualche minuto prima di avvicinarci al nyala ferito. Dovevamo lasciargli il tempo di svenire. Se l’avessimo inseguito subito avrebbe potuto allontanarsi ancora un po’ed essere più difficile da rintracciare. Seguimmo la traccia di sangue, ormai costituita da gocce sempre più grandi. Dopo di che vidi un cespuglio alto circa un metro, con sangue rosato sulla cima. Questo mi confermò che si trattava di un colpo al polmone. Avvisai Arthur che eravamo vicini. Subito dopo trovammo il nyala morto, distante circa 150 metri dal punto in cui era stato colpito. Feci vedere ad Arthur il colpo al polmone e mi congratulai con lui, che era diventato la soddisfazione e l’orgoglio personificati.

Questa volta toccava a Sypho scattare le foto. Posammo sorridenti, per immortalare il momento. Dopo le foto Ndlamini e Sypho tornarono alle baracche con il nyala, mente Arthur ed io ci lasciammo cadere ai piedi di un albero, esausti. Gli uccelli avevano ripreso a cantare, la vita proseguiva.

Dopo questa caccia, Arthur era diventato caccia-dipendente. La caccia non era più un sogno giovanile: diventò uno stile di vita che ci donò momenti indimenticabili. Ecco, una lezione da imparare da Arthur è quella di vivere il vostro sogno. Non sappiamo quanto tempo c’è a disposizione per ciascuno di noi. Arthur morì, tristemente, all’età di 53 anni. Ma non aveva rimpianti, aveva afferrato le occasioni. Partecipò al suo primo safari e continuò a tornare per altri, visse le sue passioni. Quanti di noi possono dire la stessa cosa?

Dedicato ad Arthur, il mio caro amico scomparso.